La relazione con il bambino.

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La relazione con il bambino.  Il materno e il paterno.

Spiega come si fa ad avere con il bambino una relazione autentica, vitale e che funziona. 

Clicca sulla riga,   e si apre il video, che spiega l’argomento.  Tutto gratuito.

 

  1. Che significa Educare.
  2. La relazione con il bambino. Il paterno e il materno.
  3. Le relazioni sbagliate. Simbiosi, narcisismo, egocentrismo.
  4. Le relazioni sbagliate. Onnipotenza, dipendenza.
  5. I modi di pensare del bambino. Egocentrismo, pensiero magico.
  6. I modi di pensare del bambino. Letteralismo, concretismo.
  7. La funzione materna nello sviluppo per la psicoanalisi di Neumann.
  8. La funzione paterna nello sviluppo per la psicoanalisi di Neumann.
  9. La funzione paterna (seconda parte).

 

1-Parte-Educare-La-relazione

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3- 6 anni. Stadio della conoscenza del mondo

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3- 6 anni. Stadio della conoscenza del mondo

 L’inserimento nella scuola materna.

 Questo stadio è caratterizzato dall’entrata del bambino del mondo sociale, nella scuola materna che è una piccola società.  Prima il mondo esterno era visto, toccato, sperimentato, ma sempre con la madre o il padre vicini. Ora si trova a lasciare la sua casa per entrare in un mondo nuovo e, con persone che non fanno parte della sua famiglia e questa volta da solo, senza appoggio.

 È un momento fondamentale per lui  perché in questo modo sta concretamente uscendo dal nucleo dell’unità originaria e dalla dipendenza assoluta. Ora cammina sulle sue gambe, non si appoggia alle persone conosciute e per questo è obbligato ad aprirsi al mondo nuovo.

Troverà negli insegnanti dei sostituti materni e nei bambini altri che come lui si sentono  soli e sono preoccupati e spaventati. Questo gli permetterà di scoprire che non esistono solo i genitori che si prendono cura dei bambini, imparerà che le persone sono diverse e scoprirà che è molto importante e gratificante sperimentare una relazione affettiva con qualcuno che non fa parte della sua famiglia. Scoprirà che i rapporti si costruiscono giorno dopo giorno e che, quello che sembrava pericoloso e devastante poi si rivela positivo, amico e gratificante.  Ma perché questo avvenga deve avere dei genitori che lo aiutano e lo spingono a fare queste esperienze.

 All’inizio non capisce il perché di quell’allontanamento  di quella  rottura con il mondo precedente e lo vive come un tradimento, una punizione, un’abbandono vero e proprio. Sta ai genitori e a come lo vivono loro, fargli capire quanto è importante per la sua vita.

Se dentro di loro questa fase è naturale e la vivono senza timori o angosce, il bambino lo sentirà  e ne avrà meno paura. Ma se dentro di loro questa separazione è dolorosa e fonte di angoscia, lo sarà ancor più per il bambino.

Se poi non è stato ancora aiutato ad uscire dalla fase primordiale, se  è ancora in simbiosi con la madre, farà di tutto per rifiutare l’inserimento nella scuola. Dimostrerà angoscia, malattie frequenti apatia, isolamento, oppure l’opposto: comportamenti asociali, aggressività verso i compagni, rifiuto delle regole scolastiche.

 In questi casi è importante risolvere il problema antecedente a questa fase ed è meglio concentrarsi sulle cause piuttosto che trovare soluzioni di collusione, in cui cioè sono gli stessi genitori a decidere la non frequenza, oppure una frequenza parziale della scuola.

Infatti questa fase della separazione dalla famiglia precede le successive. Se non viene risolta, ogni volta che in futuro il bambino dovrà affrontare una separazione, l’angoscia ritornerà sempre più forte, particolarmente nell’adolescenza.

L’ansia della separazione ha sempre alla base il timore di perdere non tanto il genitore, quanto il suo amore per lui. Non vederlo più significa non avere con sé l’amore, la protezione, il nutrimento e questo è quello che scatena l’angoscia dell’abbandono, della solitudine e della morte.

 I genitori dovranno quindi rassicurarlo sulla solidità del loro amore per lui. Accettare di allontanarsi per lui significherà anche avere acquistato fiducia nell’amore e imparare che si può esser amati anche senza vedersi e che quando ci si rincontra è più bello ritrovarsi per scoprirsi con la  ricchezza delle nuove esperienze.

 

Fase fallica.

 In questa fase il bambino acquisisce il controllo sfinterico e impara a riconoscere i segnali del corpo riguardo i bisogni e impara a gestirli.  Fare la pipì significa però anche provare emozioni nel trattenere  e nell’evacuare. Le vie evacuative sono sovrapposte a quelle genitali. Quindi quando il bambino prova piacere nell’evacuare, sente stimolati i suoi genitali.  Comincia così ad essere interessato ai genitali che scopre diversi tra femmina e maschio. Attraverso i genitali quindi impara a riconoscersi come maschio o femmina.

 I genitali gli mandano delle sensazioni fisiche piacevoli e quindi sessuali. Per questo comincia a toccarsi per imparare a conoscersi. La masturbazione in questa età è per il bambino una fonte di piacere fisico ed affettivo, ma anche una fonte di conoscenza.

Masturbarsi per lui è come ciucciare per il bambino piccolo, solo che prima usava la bocca e ora usa i genitali. Come da piccolo faceva ricorso al ciucciare quando era triste, preoccupato, depresso o ansioso,  ora fa ricorso alla masturbazione per gli stessi motivi, solo che lo fa in una zona diversa da quella orale.

 

Crisi edipica.

 L’attenzione che prima era rivolta  ai genitali dopo i 4 anni  si sposta su un genitore.  L’avere individuato la differenza tra maschi e femmine determina una distinzione e una pulsione verso un nuovo oggetto di amore, cioè il genitore di sesso opposto al suo. La pulsione è determinata dall’attrazione della diversità e dal desiderio di possedere quella diversità. (Freud)

 Per il maschio inizia così un amore pieno di passione e di desiderio di possesso per la madre, (Freud) con cui inconsciamente vorrebbe fare coppia e che vorrebbe completamente per sé.  La madre diventa così il centro di tutto suo mondo, la persona più importante, la sua metà, la donna della sua vita. Come lei è tutto per lui così il bambino vuole e pretende di essere tutto per lei e centro del suo mondo.

Ma c’è il padre,  l’altro uomo, quello che fa coppia con lei, quello che prende la sua attenzione e il suo affetto. Nasce così un fortissimo sentimento di rivalità, una aggressività verso il rivale e un inconscio desiderio di levarlo di torno, di eliminarlo. (Freud)

 In rivalità con il padre per il possesso della madre farà di tutto, si metterà in mezzo tutte le volte che si abbracciano e si baciano, vorrà dormire in mezzo a loro nel letto grande e si aggiudicherà la priorità esclusiva a fianco della madre.

 La rabbia  verso il padre e il desiderio di eliminare la sua potenza e la sua presenza lo portano a temere che il padre possa accorgersi di questo desiderio nascosto e possa arrabbiarsi e reagire vendicandosi. (Freud)

Quindi sentendosi colpevole di rubare la moglie al padre e di desiderare la sua eliminazione, teme ora che a quella colpa corrisponde la punizione proprio in quella parte del corpo scoperta da poco e al centro del suo interesse  e del  suo piacere.  (Freud)  Questo determina  l’angoscia di castrazione. (Freud)  Tutto ciò avviene a livello inconscio e l’Io ne avverte la sensazione di piacere, disagio e di timore soltanto.

 La stessa cosa pensa anche la femmina che si sente attratta  verso il padre  che è  il  genitore del sesso opposto. (Freud) Si concentra su di lui come il bambino fa con la madre e fa di tutto per averlo per sé in modo esclusivo.  Il padre per lei è tutto, quello che dice lui vale più di ogni altra cosa; se la ama la rispetta e la considera, si sentirà felice e appagata. Se non la considera, è lontano o assente fisicamente o mentalmente, si sentirà respinta, abbandonata,  persa e senza riferimento per il suo sviluppo futuro.

 Perdere il genitore di sesso opposto in questa fase significa perdere l’aggancio con il mondo, perdere una centralità, perdere la possibilità di rapporti futuri carichi di fiducia e di amore. Un rapporto edipico negativo porta la persona a ristabilire inconsciamente nell’età adulta rapporti con partner negativi, riproponendo sempre la scena di un amore impossibile che crea sofferenza e solitudine.

 Il persistere nella rivalità da parte del bambino lo porta a controllare il padre e ad osservarlo per coglierne tutte le strategie e le capacità e batterlo sul suo campo. Impara così ad assimilare il maschile negli atteggiamenti, nei comportamenti, nelle sue manifestazioni per imitarli e conquistare così la madre.

In questo modo però comincia a identificarsi con il maschile, comincia a riconoscersi e a formarsi come maschio nel modo di essere, di pensare  e di fare. Comincia così a strutturarsi l’identità di genere, di un maschile sulle orme del padre e sulle orme dei padri prima di lui.

 Anche per la bambina avviene la stessa cosa, si orienterà a imitare la madre in tutto per la conquista del padre, per poi sedurlo e vincere la competizione con la madre. Userà i trucchi per il viso, si metterà i vestiti e le scarpe della madre e collane e anelli. Anche lei in questo modo, imitando il modo di fare, il modo di comportarsi e di atteggiarsi della madre, comincerà a identificarsi con lei e quindi con il femminile. Comincerà a sentirsi donna e con il tempo rimarrà l’identificazione e si dimenticherà che era iniziata per conquistare il padre e sottrarlo alla rivale.

 La crisi edipica quindi segna una tappa  fondamentale verso la relazione con il sesso opposto e quindi con il diverso da sé. Questo a livello profondo significa anche che si  sta attivando la capacità di instaurare una relazione con la parte sconosciuta, diversa dalla coscienza conosciuta e cioè una relazione tra l’Io e l’inconscio; questa relazione costituirà la base della futura personalità completa .                                                                                        

La crisi edipica determina così anche la formazione dell’identità sessuale. L’identità porta a riconoscersi, a fondarsi, a trovare il proprio posto nelle relazioni e nel sociale.

 Il complesso edipico è la fissazione in questa fase, è il bloccarsi a livello della crisi edipica. Si forma quando un bambino continua pensare e a vivere la madre come la sua donna e il suo riferimento principale anche in età avanzata.

Il complesso edipico blocca lo sviluppo e porta la persona anche nella fase adulta  a privilegiare la madre anche nei confronti della moglie, a non riuscire a fare a meno di lei e a vivere gli altri uomini come eterni rivali. Questo stato di eterno fanciullo, beato perché ha conquistato la madre, potente perché ha vinto il padre, appagato perché non si è separato da lei, porterà la persona a livello adulto ad avere problemi relazionali con l’altro sesso, problemi di identità sessuale, pensieri di onnipotenza alternati a impotenza e mancanza di senso della realtà perché non ha imparato a confrontarsi con essa.

 Il complesso edipico può essere determinato anche per la mancanza di conquista della madre. Una madre assente o anaffettiva, ambivalente e aggressiva può bloccare il bambino in questa fase per la mancanza di un rapporto di amore, di seduzione e di coppia. Lo stesso vale per la bambina.

  

I genitori.

 Nella crisi edipica il genitore ha un ruolo di partner agli occhi del proprio figlio. E’un rapporto di coppia che ha una valenza simbolica e che viene sognato e nello stesso tempo attivato nella realtà. Il bambino si lancia in un’opera di seduzione verso la madre e fa coppia fissa con lei.

La madre deve quindi mantenere la parte, il ruolo di partner affettiva  sapendo che è funzionale alla crescita. Accetta quindi la seduzione e il desiderio, l’importante però è che contenga gli aspetti erotici e che non  esaudisca  il desiderio del figlio di separarla dal padre, non deve fare in modo che lui riesca a vincere  il rivale e che arrivi a contare di più.

È naturale che il figlio lo desideri, ma questo desiderio non deve tradursi in realtà. La madre non deve cioè svalutare il marito, metterlo in secondo piano, dormire con il figlio sistematicamente, permettere che li separi ogni volta che desiderano stare vicini. Deve mantenere il suo rapporto di coppia stretto con il marito anche davanti al figlio, deve dimostrare con i fatti che, anche se capisce il suo bisogno, il suo uomo è quell’altro e lui è il suo figlio adorato. Si può giocare cioè ad avere ruoli di fidanzati, ma nella sostanza ognuno  deve riprendere il proprio ruolo.

 Così  l’edipo comincia a sbloccarsi. Non dipende quindi solo dal padre di rivendicare il proprio ruolo di paterno e di un uomo della madre, quanto dalla madre cioè dal genitore scelto, rivendicare il proprio uomo e il rapporto con il padre.

Il bambino si sentirà un po’ deluso e tradito, ma proprio questa vittoria del padre  lo farà apparire ai suoi occhi come il più forte, colui che è capace di possedere e farsi  scegliere. Comincerà quindi ad imitare il suo segreto, la sua tattica, la sua strategia e continuerà ad imitarlo in tutto.

La stessa cosa dovrebbe fare il padre verso la figlia e alla fine anche lei imiterà la madre come donna, capace di sedurre e di conquistare.

 Affinché il bambino imiti il genitore del proprio sesso è però importante che il genitore sia se stesso. Deve cioè mostrare i propri pensieri, il proprio modo di sentire, deve vivere quello che è. Deve essere.

Se invece il genitore è rivolto solo ad accudire il figlio, la casa e il lavoro e non dimostra aspetti personali e originali della sua identità, il bambino non avrà un modello di un uomo e donna completo da imitare e su cui identificarsi.

È importante quindi che in questa fase la madre sia più donna e più moglie possibile e il padre più uomo è più marito possibile e che esprimano chiaramente il piacere di esserlo. Vedere i genitori uniti porta a risolvere la crisi edipica.

 La divisione, i litigi, i conflitti in sua presenza, portano il bambino a permanere nella crisi e a vivere sentimenti di colpa rilevanti, perché nel litigio lui vede avverato e realizzato il suo desiderio di dividerli.

Se poi genitori si separano in questa fase oppure muore il genitore del proprio sesso, il rivale, il senso di colpa diventerà ancora più radicato per aver desiderato la sua  eliminazione.

 È importante che il genitore sappia quindi tutto ciò per poter aiutare bambino  a non sentirsi colpevole. In caso di separazione o di divorzio è fondamentale che nessuno dei due genitori demonizzi o aggredisca l’altro, perché blocca la spontaneità del processo e la fase dell’identificazione.   Andare contro l’altro significa andare contro l’identità del proprio figlio.

  

Il Super-Io e il paterno.

 Il Super-Io è la parte della personalità  che dà i giudizi, le norme di comportamento per l’Io, decide cosa è bene e cosa è male e di solito si forma in base alle norme ricevute dai genitori e dalla società.

 All’inizio il Super Io compare in forma arcaica ed è primitivo, vendicativo e assoluto e assomiglia alle modalità di comportamento della fase arcaica dell’umanità. (Neumann)

Nella sua mente ad ogni piccola mancanza corrisponde infatti un giudizio e una punizione terribile, esagerata. Fatti più rilevanti determinano una condanna. È per questo che i bambini piccoli quando vivono una colpa che si attribuiscono automaticamente quando non sono amati, o hanno il timore di aver causato la malattia del fratello con la loro gelosia, o la lite furibonda dei genitori per il loro complesso edipico, se hanno ancora un Super-Io arcaico, si condannano senza appello e in modo assoluto e vivono angosce di punizione terribili. Comincia così l’ansia per la malattia o l’angoscia di morte, o l’idea ossessiva di perdere le persone amate; tutte forme di punizione per la condanna assoluta che deriva dal Super-Io vendicativo e primordiale.

 Questa è la fase in cui si deve formare il Super-Io per farlo passare da una fase irrazionale, inconscia, totale a una fase adeguata alla coscienza, alla razionalità e alla realtà. Poiché queste sono funzioni tipiche del paterno, è il padre che può e deve attivarle.

 È questa la fase del paterno in cui cioè il bambino, spinto dalla madre verso il padre, entra nel paterno, nella sfera cioè della coscienza, del confronto con il reale e con il sociale. (Neumann)

 È fondamentale quindi l’apporto del padre che diventa l’elemento centrale per la crescita, sia per il maschio che per la femmina. Il padre infatti può far uscire meglio il bambino dall’unione simbiotica perché non ne faceva parte ed è l’elemento diverso, il terzo. Questo ruolo gli permette di poter veramente determinare il passaggio.

 È colui che, come maschile, è capace di penetrare nella diade unitaria e rompere l’assolutezza, è capace di dividere e quindi differenziare e così far venire fuori il nuovo soggetto, la nuova persona. (Neumann)

Solo la differenziazione può determinare la individuazione della personalità. Per essere se stessi in modo originale bisogna prima essere differenti, distinti dagli altri. La separazione determina la necessità di imparare a stare sulle proprie gambe, di camminare da soli, di fidarsi di sé e quindi di diventare autonomi.

 Questa penetrazione e differenziazione è possibile con l’intervento di un padre che fa il padre, che cioè prende le redini del figlio e lo orienta verso il mondo. Con la sua funzione di coscienza prima lo aiuta capire, a conoscere quello che succede fuori della famiglia, nel mondo; poi con la sua funzione razionale lo aiuterà a vedere gli aspetti pratici e logici delle cose e delle situazioni; poi con la sua funzione di guida darà i limiti all’istintività e le norme di comportamento nella casa e fuori.

 È molto importante in questa fase dare un confine all’istinto del bambino e che lo dia il padre in prima persona e in modo diretto. L’istintività del bambino se non viene contenuta tende ad aumentare fino ad imporsi sui genitori e sugli altri in modo irrefrenabile, con comportamenti asociali e aggressivi verso gli altri.

 La norma di comportamento: quello che si può e non si può fare, quello che si deve e non si deve fare, deve essere data e attuata dal padre il modo concreto e deciso. Il padre cioè deve intervenire concretamente  e guidare con decisione l’istinto del bambino. Deve porsi in modo autorevole, che non significa autoritario o violento, ma come quello di un comandante di una nave che guida e che ha la responsabilità del viaggio. Può capire, discutere, spiegare, ma alla fine è quello che decide e il suo equipaggio lo deve seguire.

Quello che conta nella guida è che padre sia convinto di quello che fa e che lo faccia con serenità, senza aggressività e con fermezza. È la tonalità emotiva e affettiva che metterà nella sua voce che convincerà più o meno il figlio.

 La madre dovrebbe lasciare che il padre intervenga, che rompa e scardini il vecchio ordinamento inconscio e porti il nuovo ordine conscio. L’intervento della madre in questa fase può essere di supporto a quello paterno e di riferimento a lui in caso di comportamenti disturbati del figlio.  E’ bene che i genitori discutano e si confrontino tra di loro in sede separata senza la presenza del bambino e insieme prendano decisioni comuni.

Le regole e i confini non devono essere neppure ossessive o imporsi su ogni particolare ( il modo di stare seduti, di parlare,ecc.); ci deve essere il massimo rispetto per la spontaneità, la naturalezza e l’originalità del bambino nel suo modo di muoversi, nel suo modo di pensare e di essere.  È importante mettere i limiti quando l’istintività rischia di danneggiare il bambino, quando mancano i freni.: quando pretende tutto quello che vuole, aggredisce gli altri, urla e si butta per terra per ricatto, rifiuta di diventare autonomo nel lavarsi e nel vestirsi. 

 Fare il padre  quindi significa fargli conoscere il mondo. guidarlo, fortificarlo, controllarlo, gestirlo.  Ma significa  anche sostenerlo, incoraggiarlo,  aiutarlo  a crescere, a diventare capace, sicuro, libero e  autonomo.  

 Alcuni padri non ce la fanno ad attivare questa funzione perché non hanno avuto un modello paterno, perché nessuno lo ha fatto con loro e hanno dovuto fare tutto da soli. Questi padri devono fidarsi del loro istinto paterno e della loro capacità e, proponendosi al figlio come guida, potranno sperimentare e riempire anche il loro vissuto infantile di questa esperienza paterna finalmente attivata.

 

 

 

 

 

Dr.ssa Maria Grazia Vallorani 

© 2009 - Tutti i diritti riservati. Il presente testo è liberamente riproducibile per uso personale con l’obbligo di citarne la fonte ed il divieto di modificarlo, anche parzialmente, per qualsiasi motivo. E’ vietato utilizzare il testo per fini lucrativi. Per qualsiasi altro uso è necessaria l’espressa autorizzazione dell’autore. Pubblicato nel 2009, online da Gennaio 2013. Gli abusi saranno perseguiti a norma di legge.


1 -3 anni. Stadio della scoperta del mondo

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1 -3 anni. Stadio della scoperta del mondo

La nascita dell’Io.

 All’inizio il bambino è immerso in uno stadio inconscio e il suo Io è presente  solo in forma di germe ed è ancora sopito, addormentato in uno stato beato di paradiso terrestre, uno stadio uroborico perfetto, dove tutto è identico e indifferenziato, tutto è fuso. In questo stato beato il bambino  esiste nell’inconscio senza fare niente, in modo totalmente passivo perché è la Grande Madre che nutre e fornisce tutto ciò di cui ha bisogno e procura piacere, protegge e riscalda, consola e perdona. È rifugio dalla sofferenza, l’oggetto del desiderio.

Ma questa totalità originaria, questa armonia primaria deve infrangersi per poter far nascere la coscienza, deve aprirsi. È unica e perfetta come un uovo e il suo guscio deve rompersi per far uscire fuori il pulcino, la vita che si è formata al suo interno e che crescendo  si fa strada verso l’esterno.  La rottura del guscio è la rottura della perfezione, della passività, della fusione con il suo contenitore = uovo – utero.

 Questo stadio di totalità inconscia nel quale esiste il Sé originario, il Sé nella sua completezza e unità, è indispensabile per contenere, proteggere e nutrire il piccolo germe dell’Io che in esso è ancora in potenza.  Ma poi l’Io,  nel rapporto con la madre, con il mondo e con il corpo, comincia ad attivarsi e risvegliarsi e ad esistere.

 L’Io è il centro del campo della coscienza e la coscienza è tutto ciò di cui si è coscienti e  si differenzia da tutto ciò che è inconscio.

Si può rappresentare con l’immagine di un faro o di un riflettore. Quello che viene illuminato dalla luce è quello che noi vediamo e quello di cui siamo coscienti; quello che non viene illuminato è la parte inconscia chiamata così perché non è cosciente, non è visibile, ma esiste, si trova solo nella parte oscura e buia.

Un’altra immagine della coscienza è il piccolo cerchio illuminato di una sfera esposta a poca luce. Nel cerchio illuminato c’è un puntino centrale più luminoso e quello corrisponde all’Io, la parte meno illuminata del piccolo cerchio al campo della coscienza e tutto il resto della sfera, all’inconscio .

 Il rompersi dello stadio originario e quindi la nascita della coscienza si verifica quando il bambino sperimenta dei conflitti, cioè uno scontrarsi di aspetti interni ed esterni e di aspetti interni tra di loro .

Il conflitto rappresenta infatti la rottura in due parti di  quello che prima era unico. Le due parti che prima erano fuse, ora con l’esperienza della relazione e del corpo, cominciano a differenziarsi quando cominciano ad entrare in conflitto. È il conflitto quindi che attiva la differenziazione e quindi anche la nascita dell’Io e la coscienza di un Io e un Tu.

Ma è l’esperienza corporea che permette al bambino di fare esperienza del conflitto. Quando un bambino vede un oggetto e tende la mano per prenderlo, non ha coscienza della distanza e se l’oggetto non viene verso di lui urla e sperimenta una differenziazione e un conflitto tra quello che desidera e quello che avviene nella realtà .  E’  dall’urto con il nuovo che cominciano a cambiare le cose . Ogni nuovo fenomeno anche in fisica deriva sempre da una collisione, da uno scontro fra due cose che determina la scoperta delle loro qualità e della loro energia e che determina a sua volta una nuova forma di energia .

 E’ dalle esperienze corporee del bambino e dallo sperimentare l’urto, lo scontro, il conflitto  di queste con il mondo, che scaturisce l’Io corporeo, la coscienza del proprio corpo,  di sé stessi  e l’Io stesso.  L’identità infatti ha le sue radici nel corpo e ad esso facciamo riferimento nell’indicare noi stessi agli altri.

 La percezione dell’Io aumenterà non solo con aumentare delle esperienze fisiche, ma anche di quelle emotive che si scontrano con il mondo esterno e con il mondo interno tra di loro. Entreranno in conflitto il desiderio con la norma, i desideri tra di loro, le pulsioni e gli affetti tra di loro. Queste esperienze assaliranno come onde il contenuto dell’Io, come le onde  lo toccano e ritornano indietro. Questo toccare, scontrarsi, urtare l’Io, determinerà sempre più una attivazione dell’Io che diventerà sempre più vigoroso e si formerà in modo strutturato. Attraverso l’esperienza il bambino inizia a scoprire il mondo, ” provando e riprovando”.   È l’esperienza alla base della  conoscenza.

 Tirando le cose dal seggiolone impara a riconoscere la distanza e il suono. Attraverso il tatto impara a conoscere i ruvido e il liscio, il morbido e il duro, la consistenza e il peso. Attraverso la vista impara i colori, le misure, le grandezze, le altezze, le forme. Attraverso l’olfatto impara i diversi profumi, le puzze e l’odore anche delle persone. Attraverso l’udito impara a riconoscere i suoni, i rumori, i ritmi dolci e aspri, le voci e la tonalità della voce che può comunicare amore o rabbia. Attraverso il gusto impara a riconoscere i sapori e quello che piace o dispiace.  E, cosa più importante, impara ad associare queste esperienze con oggetti specifici, fatti, persone, sentimenti, contesti, luoghi e tempi. Sono i primi mattoni della sua costruzione.

Ora che ha imparato a sentirsi ” Io “, impara anche che il mondo è differenziato da lui, non coincide con lui e con il suo pensiero come avveniva in passato. Io, Tu e il mondo sono elementi diversi che ora possono entrare in relazione.

 

Crisi dell’opposizione.

In questo stadio della scoperta del mondo il bambino impara a dire ” io “, ” tu “, ” no “. Il no è un elemento importantissimo, è indice della crisi dell’opposizione che, come ogni crisi, segna il passaggio da una fase ormai superata a una nuova fase dello sviluppo.

Il no  infatti in questa età (1-3 anni) non è un rifiuto dell’adulto o delle sue regole. Opporsi per il bambino significa semplicemente esserci. Dice no perché mette con il no un limite, un confine tra gli altri e lui, tra quello che ha detto l’altro e quello che è lui. È come se volesse dire: ” ci sono anch’io  e quello che mi dici tu io lo posso negare e, negandolo, mi affermo, mi faccio notare, mi faccio valere. Dire no  per lui significa contare, imporsi come elemento significativo  con il quale l’altro deve fare i conti. Significa cominciare  a fondarsi come essere autonomo, autentico e originale. Quando dice no infatti è felice e aspetta con curiosità di vedere la reazione dell’altro.

 Arrabbiarsi, considerare il suo no come il segno di una mancanza di rispetto  o di cattiveria, significa non solo determinare un dolore nel bambino, ma ancor più significa perdere l’occasione unica di aiutarlo a trovare sicurezza in sé, l’occasione di fondarsi come essere unico e irripetibile.

Questo non comporta che il genitore debba lasciargli fare quello che vuole. L’importante è che  capisca  cosa significa quel no e lo sappia accogliere e contenere  come un elemento importante, originale e prezioso. Poi nella pratica può continuare a guidarlo senza farsi prendere dall’ansia per il timore di contrariarlo. E’ importante dare importanza e considerazione al no e accoglierlo come il segno di una tappa importante della crescita.

Anche l’insistenza su alcuni aspetti  o uno sciopero di protesta sono segnali di una forma più marcata di opposizione che non va mai etichettata come negatività, ma  come una autoaffermazione più marcata. Se l’opposizione è troppo forte e diventa asociale è il  segno di un disagio più antico che si esprime in questa fase.

 Affermarsi significa anche differenziarsi dall’adulto e dai genitori. È questa la seconda separazione importante dall’unità e dalla dipendenza totale. Differenziarsi opponendosi è il preludio dell’opposizione della fase adolescenziale che sarà più intensa.

  

Fase dello specchio.

 Prima di riconoscersi come Io il bambino parla di sé in terza persona ( Carlo vuole…) perché si riconosce soltanto in modo riflesso cioè in quello che gli altri dicono di lui. Si sente infatti definire con il suo nome e a quello fa riferimento.

Successivamente comincia a dire Io perché si è formato il sentimento di essere Io-me. In pratica il sentimento di sè passa attraverso gli altri. È questo quello che succede nella fase dello specchio che è importantissima per la propria identità.

 A un anno e mezzo circa il bambino quando si guarda allo specchio da solo ha un esperienza positiva ma anche devastante a livello mentale, perché non si riconosce, non sa che è lui. Ha solo una percezione frammentaria,  vede gli occhi , guarda le dita ma li vede come pezzi staccati, non riesce ad avere una percezione intera e unitaria. Se tocca l’immagine rispecchiata rimane freddo perché non tocca se stesso, ma delle parti diverse tra di loro. Ha quindi una percezione spezzata di se stesso.  Se rimane solo questa esperienza, anche da adulto avrà problemi di identità.

 Se invece si guarda allo specchio insieme alla madre l’angoscia si risolve. Non si riconosce ma riconosce la madre che si rispecchia insieme a lui e che gli sorride. Allora comprende che quello che vede vicino alla madre è lui e che quella immagine appartiene a lui. Grazie alla presenza della madre e al suo amore espresso dal sorriso e dalla voce, riesce a riunificare le parti staccate e a viverle  come un tutto unico, che coincide con la percezione di sè.  Acquisterà così un sentimento di identità  integro, fondato, che ha le sue radici nel rapporto con la madre rispecchiato e riflesso.

 La riflessione infatti  è un elemento fondamentale di conoscenza profonda e di esperienza di sé. La parola stessa viene dal latino: “re-flectere” e significa ri-piegarsi, piegarsi dentro di sé, riuscire a guardare dentro. Il riflettersi è anche il vedersi da un altra angolatura, è un prendere coscienza di sé, un potersi osservare dall’esterno ( da speculum = specere= osservare). Ma significa  fondamentalmente pensarsi, porsi, fondarsi, prendere coscienza; cominciare ad esistere non solo come emozione e sensazione ma anche come percezione di sé.

 Questa fase dello specchio è quella che permette di vivere la percezione intera e unificata del proprio corpo. La percezione del corpo è iniziata con la fase del tenere e si è ampliata con la fase dello sguardo e delle rispecchiamento di sè negli occhi della madre, ora ha il suo completamento nella fase dello specchio, nel riconoscersi accanto al viso e al corpo della madre.

È un ritrovare le sensazioni fisiche ed emotive delle fasi precedenti del tenere e dello sguardo ed è un ricomporle in qualcosa di integrale. Si ha così la percezione positiva e unificata del proprio corpo e della propria identità. Si fonda l’identità corporea e mentale che permette di sapere chi si è, di riconoscersi e di ritrovarsi.

 

L’oggetto transizionale.

 I fenomeni transizionali sono tipici dei primi mesi di vita e si riferiscono alla fase orale: succhiare il dito, il ciuccio, succhiare un angolo di un fazzoletto o di una coperta, tenere tra le mani i capelli e  stropicciarli, manipolare il viso o una stoffa. L’oggetto transizionale  è un oggetto che compare in una fase successiva:  una coperta da cui il bambino non si vuole mai separare, l’orsacchiotto con cui dorme, la bambola preferita. Si collocano entrambi in una  zona intermedia tra due  fasi evolutive.

 Dopo la fase dell’unità originaria e dell’indifferenziazione comincia la fase della differenziazione tra il bambino e il mondo. La realtà esterna è separata da quella interna, l’oggetto esterno non coincide più con l’oggetto interno del bambino. Il seno che nutre e la mamma buona non coincidono più con l’idea del seno e con l’idea di mamma che si trovano dentro di lui.

Il bambino però non è ancora pronto a sostenere il distacco, così netto tra queste due realtà oggettiva e soggettiva e allora compaiono i fenomeni e gli oggetti transizionali che sono dei ponti che collegano e mettono in relazione queste due realtà e in questo modo il bambino  riesce a fare  un passaggio graduale verso l’accettazione di una realtà esterna diversa da lui.

In pratica si forma tra l’esterno e l’interno una zona-cuscinetto,  una zona intermedia che non è né interna né esterna, ma è  le due cose insieme, cioè è piena di emozioni sue interne ma è anche reale e vera a tutti gli effetti. È una zona intermedia e per questo i fenomeni e gli oggetti che la esprimono simbolicamente, si chiamano transizionali perché sono situati  trans = tra due aspetti.

 I fenomeni transizionali ( succhiare il dito, il ciuccio) devono quindi essere rispettati e non denigrati come vizi, né aboliti in modo rigido e netto; è necessario che svolgano la loro funzione per poi venire sostituiti da nuovi interessi. Se permangono a lungo indicano una fissazione allo stadio primario.

L’oggetto transizionale  è uno oggetto soffice (orsacchiotto, coperta,  bambola ecc) che diventa un possesso,  uno oggetto completamente di proprietà del bambino, ma non è lui e non è neppure la realtà esterna staccata da lui. È le due cose insieme.  Rappresenta in modo simbolico e reale il seno e la madre del rapporto primario. Ora  può gestirli come vuole, può amare con eccitamento o addirittura mutilare e anche  aggredire. Ora può fare quello che sente perché quell’oggetto è suo, lo può gestire in modo autonomo e quindi non crea sensi di colpa.

La madre può non esserci, ma c’è l’oggetto che rappresenta l’amore dell’unione originaria. È un oggetto che rappresenta quello che lui ha vissuto e vive per la madre e l’amore di lei per lui. Incarna l’amore e l’esperienza vicendevole. Diventa come un totem, un feticcio, un punto di riferimento particolarmente nei momenti difficili, negli stati di solitudine e di notte è una difesa contro l’angoscia di tipo depressivo.

Fare dell’oggetto quello che vuole significa per lui passare da un controllo di un pensiero magico e onnipotente, a un controllo concreto di qualcosa di reale che può essere manipolato come vuole  secondo le sue emozioni.

Per questo è molto importante che  non sia perso e anche che non sia lavato. Lavarlo lo priva degli odori, sapori, e delle emozioni che il bambino ha messo dentro e che rappresentano l’anima, il significato  e il suo valore. Lavarlo, modificarlo o perderlo significa rompere una continuità, un processo, un percorso interno e profondo di un rapporto nuovo con sè e con il mondo. Significa vanificare e rifiutare il simbolo dell’unione originaria.

 L’oggetto transizionale è presente quando l’oggetto di amore interno ( la madre e il seno che il bambino ha dentro di sè) è vivo, reale e sufficientemente buono; cioè quando il rapporto funziona. 

L’oggetto transizionale si disinveste da solo. L’oggetto  perde la sua funzione, il suo significato e il suo valore e non è più indispensabile quando la zona cuscinetto non serve più perché si sono consolidate le esperienze interne ed esterne e compaiono altri interessi di tipo creativo e culturale.

 

 Fase anale.

 La fase anale è importantissima. È successiva a quella orale perché ora è intorno all’ano che si concentrano l’attenzione del bambino e le sue sensazioni fisiche di piacere. (Freud)

 Le feci rappresentano il piacere fisico per l’evacuazione, ma ancor più rappresentano la prima produzione che riesce a creare completamente con le sue forze, senza l’apporto di nessuno. È qualcosa che esce da dentro di lui e quindi fa parte di lui.  Per questo per lui è molto importante sapere dove va e a chi si rivolge quella parte di lui che viene dalle sue viscere, dalla parte più profonda.

 Se il rapporto con i genitori è positivo, è felice di evacuare e di esibire e regalare il suo prodotto alle persone che ama. Se il rapporto è negativo o gli adulti trattano le feci come qualcosa di negativo o come un oggetto che deve uscire per forza e in modo rigido e ossessivo ( al punto da intervenire con violenza con clisteri continui), allora il bambino non sentendosi amato, comincia ad avere disturbi di stipsi ostinata. In pratica non vuole mollare una parte di sé profonda che coincide con il suo bisogno di essere amato. Non si lascia andare, non lascia che esca in modo sereno, non si fida di chi sta fuori.

 In questi casi è necessario non avere comportamenti rigidi. Basta spostare l’attenzione dalle feci al rapporto emotivo, all’attenzione per lui, alle sue sensazioni e alla coscienza delle proprie difficoltà di  genitore. Puntare sulle risorse del bambino, sulle sue emozioni, dare importanza a degli aspetti originali, accogliere quello che dice, permette di accogliere anche quello che produce.

 Le feci sono per lui una produzione, una creazione di qualcosa di completamente nuovo.  È il suo primo atto creativo. È il suo primo parto, evacuare assomiglia al partorire, far uscire qualcosa che si è formato nella parte viscerale più profonda.  Significa far uscire le emozioni, i bisogni più profondi e più delicati. Per questo è tanto importante per lui affidarli a persone che li sappiano capire, rispettare  e accogliere.

 

I genitori.

 La madre.

 Nel primo stadio dello sviluppo  il materno è l’elemento fondamentale e il punto di riferimento.

Nel secondo stadio c’è il passaggio dal materno al paterno. Nel terzo stadio il paterno diventa l’elemento centrale e fondamentale dello sviluppo, senza il quale non c’è crescita.

Nell’adolescenza il gruppo dei pari diventa il riferimento di base fino all’ultima fase che è quella adulta nella quale la persona è centrata è fondata in se stessa, sul proprio Sè e lì trova nutrimento, la guida, la forza, il senso e la finalità.

 Questo secondo stadio dello sviluppo è la fase del passaggio dal materno al paterno. La madre in questa fase, oltre alla sua naturale funzione di cura e di contenimento, ha una funzione di tipo paterno verso il bambino.  Deve cioè cominciare  ad aprirlo al mondo, a tutto ciò che è esterno a lui, al padre, alle relazioni, alle cose e alle esperienze concrete. Deve spingere la sua attenzione alla conoscenza del mondo perché questo è quello che la natura sta attivando in lui.

In questo modo è come se lo partorisse un’altra volta. Il bambino è dentro un contesto duale e un rapporto stretto, ancestrale con la madre e questo rifugio per lui è il nuovo utero. Farlo uscire da questo utero piano piano, spingere verso l’esterno permette e al bambino di nascere come individuo differenziato.

Se invece rimane dentro questo rapporto simbiotico, in cui tutto passa attraverso la madre anche il mondo stesso, le sensazioni verso il mondo, le valutazioni e la conoscenza stessa, allora il bambino si sentirà chiuso, prigioniero dentro un utero che gli  dà tutto, ma lo sta negando come persona e lo sta deprivando della sua individualità e della sua vita.

 Come un bambino che,  al momento del parto, se non riceve l’aiuto dalla madre che non lo spinge verso l’esterno, rimane bloccato nell’utero soffrendo con pericolo per la sua vita, così a livello psichico rimanere nell’utero comporta non solo una mancata nascita, ma anche una sofferenza profonda. Si sentirà prigioniero senza spazio, senza aria, senza vita propria. Si sentirà come Hans e Grethel nella fiaba, dentro una casa bella tutta di cioccolata e invitante, come è per lui lo stare ancora  totalmente con la sua mamma, dove c’è tutto e non si fa nessuno sforzo e fatica perché pensa a tutto lei, decide tutto lei, fa tutto lei.

Ma dentro la casetta c’è una strega che lo imprigiona per nutrirsi della sua vita. Quello che sembra quindi il massimo per un bambino e per la sua mamma, di permanere cioè in quella unione, in sintonia totale con il proprio figlio, di fare coppia con lui, con l’uomo sognato della sua vita, diventa la trappola, il maleficio, il sortilegio che congela la vita, la blocca e rende tutto inerte, senza crescita, senza spazio e senza tempo.

È come nella favola della bella addormentata dove tutto si ferma e la protagonista è prigioniera di una bara di vetro. Solo un principe, il maschile, il paterno potrà rompere il maleficio e sciogliere il blocco dello sviluppo e riportare la vita e la crescita nel tempo e nello spazio.

 Per la madre spingere il figlio verso il mondo significa non sentirsi l’unico riferimento per lui, significa puntare sulle capacità del figlio, mettere al centro il sé, il seme, le sue potenzialità che devono trovare un campo di esperienza in cui poter germogliare. Significa dargli fiducia, aiutarlo a fare esperienze nuove e, se ritorna indietro, fa fatica e ha paura, sostenerlo e indurlo a riprovare con fiducia fino a quando non c’è più timore e angoscia.

È come insegnare a camminare. Prima la madre lo aiuterà a stare in piedi e diritto sulle sue gambe, poi lo sosterrà sempre di meno fino a quando lo lascerà da solo per fargli fare i primi passi. Anche se il distacco e il timore che si possa far male tormenta la madre, tuttavia lei sa che è molto più importante la conquista del camminare, sa che è l’indice di una crescita, di una tappa fondamentale della sua vita. La stessa cosa dovrà fare nella scoperta del mondo, indurlo ad osservare, a collegare, pensare e ad agire in modo personale e spontaneo.

 Se questa spinta verso l’esterno non parte dalla madre e cioè non parte da dentro l’ utero, è difficile, quasi impossibile per il bambino uscire e distaccarsi. Non ce la fa assolutamente da solo e rischia di rimanere dentro, bloccato nello sviluppo.

 Se rimane bloccato dentro , il bambino si adatta alle richieste della madre e diventa come lei vuole, si identifica in tutto e per tutto con lei mantenendo così  la simbiosi.  Ma si sentirà come fagocitato, invaso dalla sua personalità e si sentirà una copia o una appendice della madre.

Questo rinunciare alla sua vera vita, alla sua missione, all’espressione del seme e del Sé originale, genera sofferenza, depressione e angoscia che spesso si esprimono nel corpo con obesità, enuresi, alopecie o in  disturbi del comportamento, aggressività, apatia infantilismo.

 Le madri a volte non riescono a fare questo passo, a staccarsi dal figlio, a spingerlo fuori dal proprio utero, dalla propria unione duale perfetta. Lo fanno con il pensiero, ma livello inconscio e pratico si sentono sempre le uniche referenti del figlio. Sono le madri per esempio che non permettono al padre di entrare nel loro rapporto, che non gli permettono di intervenire sul figlio per spingerlo all’autonomia.

Sono madri che coprono il figlio, che lo giustificano sempre qualunque cosa faccia, che se la prendono con tutti ma mai con lui perché lui è una parte di loro, è loro stesse. Sono madri che accondiscendono sempre, che danno al figlio tutto quello che vuole, che lo riempiono di cose, gli danno tutto così si abitua ad avere tutto e avrà sempre bisogno di loro che glielo procurano.

Sono madri che danno tutto perché lo desiderano ancora loro, perché sono bloccate a livello emotivo al periodo primario e ancora sognano una madre tutta per loro, che dà amore senza confini. Sono bloccate a livello simbiotico e ripropongono un rapporto simbiotico dal quale non sanno uscire perché non ne sono uscite ancora loro. Per loro il massimo del rapporto e dell’amore è identificarsi con il figlio e vivere con lo stesso cuore  e lo stesso pensiero.

 Altre madri non riescono a portare il proprio figlio fuori dall’unione duale  perché hanno il terrore della sofferenza. Spingere significa rompere il rapporto positivo e dipendente e portare il bambino a sforzarsi e il bambino può soffrire per questo. Soffre perché si distacca dalla madre e soffre perché ha paura del nuovo e dell’ignoto. Vedere il proprio figlio piangere per le madri comporta una sofferenza e una angoscia insostenibile, al punto che, anche se ne capiscono l’errore, fanno subito marcia indietro, ritrattano quello che stavano costruendo ed eliminano subito l’ostacolo o gli danno subito quello che vuole.

Facendo così lo riportano  alla fase passiva irrazionale e onnipotente senza aiutarlo a scontrarsi con la realtà. Gli fanno cioè da cuscinetto e gli spianano sempre la strada, prendendosela con gli altri che non fanno altrettanto e gli permettono tutto. Gestire la loro istintività significa porre un limite e quindi dare una frustrazione, un dispiacere e non supportano che il figlio le veda come mamme cattive, non sopportano di sentirsi rifiutate dal figlio arrabbiato. Non lo sopportano perché hanno l’angoscia del rifiuto e dell’abbandono di tipo primario.

 Non sanno che il sentimento di dispiacere e di rifiuto del bambino verso la mamma è indispensabile per la sua crescita. Solo attraverso questi sentimenti il bambino imparerà che le cose non sono assolute, tutte buone, unilaterali, ma che in ogni cosa c’è un po’ di tutto  e questo fa diventare le cose reali. Le cose assolute anche se buone sono solo mentali e non esistono nella realtà umana.

Solo così la loro mamma diventa reale e umana e solo così sarà possibile  stabilire con lei una relazione vera ed equilibrata.

 

Il padre.

 Il vissuto di una mamma non totalmente buona, che non lo asseconda in tutto, aiuterà il bambino a cominciare a considerare il padre. Il padre sarà il trampolino che lo lancerà verso il mondo, che gli permetterà di fare il salto verso l’ignoto, che lo sgancerà in modo efficace dall’unione simbiotica con la madre.

È importante quindi questo passaggio di apertura al padre, al quale il figlio si rivolge sperando di trovare un sostituto di mamma totalmente buona che gli dà quello che vuole. Se il padre in questa fase risponde a tutte le sue richieste e lo asseconderà in tutto, riproponendo una mamma totalizzante che non dà frustrazioni, limiti, regole e guida, con il fine di acquistare sempre più una considerazione prioritaria che fino ad ora era mancata, rischierà di chiuderlo nella fase unitaria, nel paradiso terrestre dove tutto è a portata di mano e non c’è dolore e fatica.

 Inizia così la fase importante della funzione paterna, che è quella da parte della madre di far schiudere l’uovo,  romperlo per far uscire il pulcino e da parte del padre di tirare fuori il pulcino dall’uovo e di accompagnarlo e guidarlo verso il mondo.

Fino ad ora il padre ha sostenuto la moglie e la coppia unitaria, proteggendola, nutrendola con il suo amore e attenzione; ora per lui è arrivato il momento di fare il padre e cioè l’ostetrico che aiuta la madre  a spingere il neonato verso l’esterno e poi lo aiuta ad uscire e lo raccoglie nelle sue mani per presentarlo al mondo e presentare il mondo a lui.

 

 

 

 

 

 

Dr.ssa Maria Grazia Vallorani

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