Pensiero come numero.

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Pensiero come numero.

Esiste un legame profondo tra il pensiero e il numero. La parola pensiero viene dal latino “ pensare” che significa pesare con cura, ponderare, esaminare, considerare. Quindi il pensiero ha a che fare con il valutare, lo stimare un peso, una consistenza di qualcosa. Il peso è in relazione ad un parametro quantitativo e numerico e permette di stabilire delle relazioni tra le cose. La quantità a sua volta è correlata ai numeri.

I numeri naturali, provengono da disposizioni strutturali inconsce e come tali, “sono simboli archetipici e sono innati”  . Secondo  la psicologia analitica  “il numero è un archetipo dell’ordine divenuto cosciente, è lo strumento predestinato per creare ordine e per comprendere qualcosa di sconosciuto. . “E’ un mezzo del nostro spirito per portare ordine nel caos dei fenomeni.”.

Attraverso il numero quindi c’è la possibilità di definire la realtà in modo preciso, stabile e organico.   Nella cultura cinese il numero non è solo quantità ma è reputato qualità,  e quando numero e un ordine si manifestano in modo imprevisto, portano con sé l’indicazione di un senso. 

 Nel linguaggio comune si usano spesso termini matematici per esprimere concetti o valutazioni. “Fare i conti, tirare le somme, annoverare, contare poco, tanto o nulla, contare su qualcuno, mettere in conto, avere i numeri, due più due fa quattro. E ancora: ponderare, mettere sulla bilancia, dare il giusto peso, valutare il peso di qualcuno, avere un peso, dare poco tanto peso, peso morto, essere di peso, dare un peso eccessivo a quello che dicono gli altri, peso delle parole, giudizio pesante. E ancora: essere divisi, moltiplicarsi, alla potenza, al cubo, denominatore comune, frazione. Anche la parola racconto viene dal latino: ra-conto e significa contare di nuovo.

 Quando si organizza un pensiero ci si rifà spesso ai numeri naturali: dall’1 al 10. Si separa il discorso in parti che vengono ordinate in modo numerico: primo, secondo, terzo…e  mentre si espongono, la persona ha la necessità di fare riferimento anche alle dita della mano, come se il numero naturale ha un’attrazione talmente forte da richiamare in modo automatico anche il corpo. In questo modo le parti del concetto vengono sottolineate in modo più marcato e diventano più incisive e più chiare nella mente di chi  espone e di chi  ascolta.

 

 Per educare al pensiero quindi è importante educare a mettere in una relazione numerica le cose, le immagini o i concetti e a dargli un ordine.

Riguardo alle cose o alle immagini si può individuare il prima e il dopo di un fatto concreto o disegnato. Si possono disegnare  in successione dall’alto verso il basso, quattro o cinque figure di un avvenimento accaduto o che il bambino ha vissuto.

Esempio:

  1.     Un bambino sale sulla bicicletta con la madre che raccomanda di fare attenzione
  2.     Il bambino solleva la parte anteriore in modo eccessivo
  3.     Il bambino cade
  4.     La mamma lo cura
  5.     Ritorna sulla bicicletta e sta attento.

Le immagini senza il numero di riferimento, si possono incollare su delle carte da gioco e una volta che sono state mescolate, il bambino deve ricomporle nel giusto ordine dall’alto in basso. Si può quindi arrivare a un mazzo di 40 carte, in cui si trovano otto racconti composti ognuno di cinque scene che vengono mescolati tra di loro e il bambino deve ritrovare l’ordine di ciascuno. Questo è un esercizio particolarmente adatto per l’apprendimento della storia e dei riassunti in bambini dislessici in quanto imposta un metodo visivo a cui riferirsi.

 

 Lo stesso procedimento si può fare con un racconto (riassunto o storia) che viene diviso in    tante frasi. Prima si divide il racconto in cinque frasi molto semplici e chiare, ad esempio:

  1.       Cristoforo colombo va dalla regina di Spagna per chiedere le navi.
  2.       Parte con tre caravelle per attraversare l’oceano e arrivare alle Indie.
  3.       Dopo tanti mesi di navigazione,  c’è la disperazione, la fame e la ribellione dell’equipaggio.
  4.       Viene avvistata la terra e sbarcano e scoprono una terra nuova e gente nuova.
  5.       Cristoforo colombo ritorna in Spagna portando alla regina i doni della nuova terra.

Le frasi all’inizio devono essere presentate con un numero vicino e dall’alto in basso. Poi si leva il numero e ognuna viene incollata all’interno di una carta da gioco. Il bambino deve ritrovare l’ordine delle frasi che corrisponde all’ordine logico e consequenziale, e ricomporre il racconto. Si può arrivare ad un mazzo completo di 40 carte con 40 frasi di otto racconti diversi.

 

 Un altro gioco che genitori possono fare con i figli è di ordinare le cose o le immagini o le parole o i concetti secondo un ordine di importanza, formando delle graduatorie. Il criterio dell’ordine può essere di:

  • tipo personale (cosa è più importante per me)
  • di tipo sociale (cosa è più importante per la mia famiglia o per i miei amici)
  • di tipo oggettivo ( per l’umanità)
  • funzionale (per fare un viaggio, per studiare, per fare un certo lavoro, per giocare, per mangiare, per dormire.

Si presentano 10  oggetti o disegni o parole o concetti e il bambino o il ragazzo deve metterli in  fila, dall’alto al basso, contrassegnando ogni elemento con un numero dall’uno al 10. Esempio tra il -sole, albero, tv, cioccolata, fuoco, penna, amore, aiuto, soldi, macchina-  il bambino deve fare una graduatoria di importanza  per lui, un’altra per i suoi amici, un’altra per il mondo. Le graduatorie permettono così di confrontare e di comprendere come gli ordini cambiano cambiando di prospettiva, secondo i nuovi parametri. Una cosa che per me potrebbe contare poco: -acqua-, per il mondo o per un popolo africano può contare tantissimo e quindi stare al primo posto.

 

In questo modo il bambino comincia a pensare anche al senso che quella cosa ha o può avere in un altro contesto diverso dal suo. Un senso che passa e si manifesta attraverso un simbolo. Le immagini con cui si gioca possono diventare significanti e acquistare un valore molto più importante dell’aspetto cognitivo o logico. Quando infatti il pensiero si sposa con qualcosa che emerge dal profondo della psiche, dal Sé, diventa completo, stabile e solido, ma diventa anche efficace e creativo.

 

 

 

 

 

 Dr.ssa  Maria Grazia Vallorani 

© 2011 - Tutti i diritti riservati. Il presente testo è liberamente riproducibile per uso personale con l’obbligo di citarne la fonte ed il divieto di modificarlo, anche parzialmente, per qualsiasi motivo. E’ vietato utilizzare il testo per fini lucrativi. Per qualsiasi altro uso è necessaria l’espressa autorizzazione dell’autore. Pubblicato nel Marzo 2011, online da Gennaio 2013. Gli abusi saranno perseguiti a norma di legge.


Pensiero come forma.

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Pensiero come forma.

Lo spazio è un luogo vuoto dentro il quale si collocano e si muovono i corpi e appare illimitato. La parola viene dal latino:” pateo-ere” che significa essere aperto, essere esposto. Lo spazio quindi è qualcosa di aperto e illimitato, quindi di per sé non ha limitazione o confine.

La forma di un oggetto della realtà è quella che dà un confine ad uno spazio e quindi gli dà un’estensione, un’ampiezza, una grandezza e una larghezza. La forma dà un limite entro il quale l’oggetto e lo spazio che occupa, viene definito. Definire viene dal latino: de-finis = confine interno e viene da “ definire” che significa delimitare, circoscrivere e anche stabilire, determinare, assegnare.  Dando un’estensione allo spazio la forma permette anche  di poterlo misurare.  In questo modo  dà anche consistenza all’oggetto della realtà,  che può essere così  individuato e riconosciuto.

Lo stesso succede con il pensiero. All’inizio tutto appare come un insieme indistinto fuso e confuso, dove ogni cosa è parte di un tutto e non esiste un confine. Per poter comprendere qualcosa è necessario che questo venga definito, che trovi cioè  il suo limite rispetto a tutto il resto, che trovi così la sua forma.

L’idea infatti, nel momento in cui viene pensata, deve passare attraverso una forma, o figura o immagine che la rappresenta. Anche le idee più astratte si basano su altre idee o concetti che a loro volta sono scaturiti da immagini e da forme.

 In latino la parola forma significa figura, immagine, aspetto, fattezza. Ma anche cornice, tracciato, pianta, abbozzo dentro il quale si colloca una idea. La forma è la cornice  entro la quale lo spazio diventa visibile e quindi comprensibile. È  il tracciato che permette quindi all’idea di avere consistenza e di essere compresa.

La parola forma in latino significa anche aspetto, organizzazione, costituzione, disegno. Ciò implica che la forma è anche una organizzazione, una costituzione di un ordine (significa anche norma). È qualcosa quindi che dà un ordine che permette di organizzare le cose secondo una unità di misura, una quantità, infatti la forma permette di misurare l’altezza, la lunghezza, la larghezza, la profondità, la grandezza. Si rifà quindi al numero che è un archetipo.

Ogni movimento energetico psichico si manifesta attraverso una forma, un’immagine. Senza la forma non c’è consistenza, non c’è possibilità di prendere coscienza e quindi di conoscere.

 

Modello.

La parola forma significa anche  tipo, modello. La forma indica un modello, un’idea di base che permette di raccogliere più elementi, più idee. È un denominatore comune che può raccogliere aspetti diversi tra di loro. Nella storia della filosofia spesso la parola forma è stata associata alle idee o all’anima delle cose (Platone, Aristotele) e in Platone la parola forma era identificata con l’idea e indicava il modello da dove derivava e a cui si riferiva  tutta la realtà fisica.

 

Schema.

La parola forma significa anche schema. Lo schema permette di ordinare degli elementi, e anche delle idee. Un’idea caratterizzata da una forma può essere messa in relazione con le altre idee attraverso uno schema.

 

Impronta.

La parola forma in latino significa anche impronta, stampo. Nel momento in cui un’idea diventa forma, diventa anche uno stampo, un’impronta che viene disegnata o incisa in modo definito. Se poi le idee si collegano tra di loro attraverso più forme, formando uno schema, è lo stesso schema che diventa un’impronta, qualcosa che si stampa, si incide nella struttura mentale e quindi può facilmente essere ritrovato e ricordato.

 

Come esercizio il genitore  può quindi cominciare a definire gli oggetti o le immagini o le parole o i concetti separandoli e distinguendoli mettendoli dentro a delle forme specifiche diverse tra di loro.

Per individuare la forma ci si può rifare anche alle forme geometriche di base: cerchio, triangolo, quadrato, rettangolo, esagono. Queste forme che servono per definire una realtà, provengono in quanto archetipi, dall’inconscio collettivo. Secondo la psicologia analitica junghiana il cerchio è un simbolo che rappresenta la totalità (come il n°1), il triangolo rappresenta il flusso dinamico (come il 3), il quadrato di nuovo la totalità (come il 4), il pentagono la totalità integrata con il numero creativo (come il 4 +1 = 5). (7)   Usare le forme significa quindi attivare simboli che portano alla coscienza elementi profondi e carichi di significato e di senso.

 

 I genitori o gli educatori possono quindi insegnare ai bambini e i ragazzi ad organizzare dei discorsi o racconti o riassunti di storia cominciando a dividerli in parti. Le parti possono essere esaminate e individuate come: causa, elemento centrale, effetto, conseguenza, conclusione. Ogni parte andrebbe caratterizzata da una specifica forma  colorata che contiene il concetto espresso con una sola parola-chiave.  Si possono quindi  collegare le forme tra di loro con dentro i concetti, individuando le frecce e i percorsi che indicano il movimento progressivo del racconto. Si ottengono così degli schemi composti con delle forme tra di loro organizzate, che esprimono il discorso nel suo insieme. ( Vd Tabella 3  Tabella 3).

 

Gli schemi.

Lo schema ottenuto diventa a sua volta una forma nuova.  Lo schema può diventare uno schema a croce, uno schema a ruscello, uno schema a scala, schema Olimpiadi, concentrico, a spirale,a piramide, a discesa. 

Lo schema del terzo, dove il terzo è l’elemento centrale, cioè il concetto che integra due concetti opposti, insegna non solo a trovare una relazione o una mediazione tra due aspetti che sembrano totalmente diversi, ma insegna qualcosa di più importante e cioè che gli opposti nella vita sono naturali e che è necessario un terzo elemento che risolve la separazione e il conflitto e che è capace di integrarli differenziandosi da loro.  Si scrive nella forma il concetto espresso con una parola chiave o con poche parole sintetiche. Nelle due parti opposte i due concetti contrari e al centro quello che li riassume. Esempio bianchi e neri e al centro umanità. Razionalismo e romanticismo e al centro storia o evoluzione.

Lo schema degli opposti dà l’idea che qualcosa di centrale, caratterizzato dal cerchio, simbolo dell’unità e delle interezza, può integrare più elementi tra di loro: esempio fuoco e acqua, terra e aria, sole e luna, caldo e freddo, umido e secco  e al centro la natura, oppure: maschile e femminile, vecchio e giovane, e al centro la persona.

Schemi direzionali dove archi e frecce collegano a piacimento concetti in tutte le forme e colori, dove all’interno è inserita una parola -chiave che sintetizza il concetto.

Schemi sociali. Lo schema giornalistico è molto indicato per l’organizzazione di un racconto di un tema. Lo schema a podio o a gradini può essere usato per mettere in una posizione graduale concetti simili.

Lo schema grafico può servire a indicare in modo sintetico come alcune mentalità o idee possono essere state vissute in diversi continenti o in epoche diverse. ( vd. Tabella n.3. Clicca sopra a:  Tabella 3 )

Ci sono poi le forme naturali che sono costruite con elementi presenti in natura e quindi impressi già nella psiche e più facili da ricordare e da costruire.

Lo schema cellula-ovulo può servire quando da un concetto unico o da un periodo culturale o storico unico, derivano per scissione altre due, che poi diventano quattro. Lo schema a fiore al centro il concetto principale e poi tutte le succursali o i concetti simili intorno. Lo schema ad  abete può avere a che fare con concetti di tipo spirituale che sono in alto e altri più materiali in basso in modo decrescente. Lo schema ad albero può avere nel suo tronco tre concetti basilari in forma crescente dal basso verso l’alto, che si esprimono in altre forme e nuovi percorsi =  i rami e che a loro volta danno vita a nuove conseguenze = i frutti. Lo schema figura umana permette di individuare le correlazioni tra aspetti razionali (testa) e aspetti emotivi (cuore) e altri che determinano il movimento ( gambe e braccia). (vd. Tabella n.4. Clicca sopra a:  Tabella 4   )

 

Tutti questi schemi impostati  con forme diverse, sono molto utili per ordinare concetti, ma ancor più per assimilarli. Il bambino o il ragazzo che riesce a costruirli o ad usarli mettendo dentro le parole chiave, che riesce a individuare il concetto centrale e distinguerlo da quello secondario o dalla conseguenza o dalla conclusione, ha veramente compreso un argomento. Questa modalità contribuisce quindi non solo ad impostare, ordinare e assimilare, ma  anche a verificare  l’avvenuto apprendimento.

Fissare i concetti in una forma o in uno schema permette al ragazzo di ricordare tutto il discorso in una immagine unica e immediata. Poiché l’ha individuata lui e l’ha costruita con fatica è diventata sua, si è colorata di sforzo, fiducia in sè, soddisfazione per la conquista,  è diventata familiare e difficilmente viene dimentica.

 

 

 

 

 

 Dr.ssa  Maria Grazia Vallorani 

© 2011 - Tutti i diritti riservati. Il presente testo è liberamente riproducibile per uso personale con l’obbligo di citarne la fonte ed il divieto di modificarlo, anche parzialmente, per qualsiasi motivo. E’ vietato utilizzare il testo per fini lucrativi. Per qualsiasi altro uso è necessaria l’espressa autorizzazione dell’autore. Pubblicato nel Marzo 2011, online da Gennaio 2013. Gli abusi saranno perseguiti a norma di legge.


Pensiero come tempo.

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Pensiero come tempo.

La parola tempo viene dal latino”tempus” che a sua volta viene dal greco”temno” che significa taglio, sezione, divisione. 

Il tempo permette di poter tagliare, separare gli elementi che compongono un evento, un’esperienza, una variazione. senza la separazione di questi elementi non ci sarebbe una differenziazione, una definizione, una collocazione di un evento in uno specifico posto, ma ci sarebbe un tutto unico indifferenziato e incomprensibile. Per poter cogliere le variazioni e il dinamismo delle cose, la coscienza tende a misurarle in istanti secondo una successione continua.   La misura è determinata da una quantità e la quantità dai numeri che sono l’elemento base che permette una successione ordinata e continuativa.  Gli istanti sono catalogati in secondi, con i loro multipli: minuti, ore, giorni, mesi, anni, secoli e i sottomultipli: decimi di secondo, centesimi di secondo eccetera.  Nella cultura cinese  i numeri sono indici del tempo, caratterizzanti la qualità di ogni momento. 

Anche il pensiero, come ogni cosa esistente, è determinato da un movimento energetico e quindi da un dinamismo. Il tempo in quanto taglio o divisione è un suo aspetto basilare. Ogni pensiero infatti per esistere, deve distinguersi, deve differenziarsi  dal tutto e deve essere tagliato dal contesto. Anche se io penso di pensare, nel momento in cui ho la coscienza del mio pensiero, ho già fatto un taglio, una distinzione tra me e gli altri e tra il mio pensiero e la realtà materiale. Non esiste quindi pensiero senza tempo. Il pensiero è esso stesso una successione ordinata e organizzata di elementi piccoli distinti gli uni dagli altri: la parola nei suoi multipli: frasi, concetto, discorso e i suoi sottomultipli: lettere, vocali, consonanti, esclamazioni, suoni.

Comprendere il pensiero come tempo, nel suo essere in movimento, nel suo aspetto evolutivo, permette di coglierne l’aspetto energetico e dinamico in continua trasformazione.  Applicare il tempo al pensiero permette di cogliere il pensiero in parti che si muovono verso un punto che li riassume. Pensiamo all’orologio e al tempo come alla lancetta dell’orologio che indica il movimento. Pensiamo ai minuti come alle parole e al numero delle ore come un punto di arrivo di un concetto, per poi andare a quello successivo attraverso altre parole, fino a costruire un discorso che corrisponde a un giro dell’orologio, a un’ora. Questo per dire che per esprimere un discorso è importante avere in testa una programmazione di concetti ordinati  in una successione temporale.

 

Il movimento.

A differenza dei numeri e delle forme, con il tempo l’elemento fondamentale è il movimento e il movimento in avanti oppure indietro. Il tempo permette al pensiero di orientarsi in diverse direzioni (passato e futuro) senza perdersi, perché può sempre ritrovarsi attraverso l’istante del presente che è fissato al centro. Attraverso il tempo il pensiero può pensare al prima e al dopo di un oggetto, immagine o concetto o azione.

Per sviluppare questa capacità si può quindi fare esercizio con i bambini nel ricercare riguardo agli oggetti concreti gli elementi della natura o le azioni o i concetti, la loro storia.  Esempio – gallina, come nasce come vive come muore. Albero, come nasce come vive come finisce. Le azioni, cosa è successo prima, cosa dopo è come andrà a finire. Il concetto, come è nato quel modo di pensare, come si è sviluppato e come potrà trasformarsi nel futuro.

Questo modo di pensare permette una elasticità del pensiero, permette di sviluppare l’aspetto dinamico e in particolare permette di mettere una conoscenza al suo posto in una serie successiva di eventi. Permette ancor più di capire che ogni cosa non esiste mai in sè, ma ha sempre un qualcosa da cui è scaturita e un’altra in cui può trasformarsi o evolversi.

 

Questi esercizi impostano un modo di pensare  nuovo, dinamico che è in sintonia con l’essenza della realtà fisica e psichica che è sostanzialmente energia. Vivere le cose da apprendere, i concetti e pensieri, come elementi statici, fermi, immobili, come oggetti  da prendere in uno scaffale e da riporre quando non servono più, non corrisponde al processo vivo e vivificante della mente umana. I pensieri e concetti non sono cose da usare o da sistemare, ma sono essi stessi gli elementi naturali che sgorgano da dentro e che vanno verso il futuro, sono la spinta cosciente verso la realizzazione di sé.

Un altro esercizio importante che si potrebbe fare è quello di valutare un oggetto o o concetto non solo nella sua storia personale (come è nato e come muore) ma anche nella storia collettiva di un singolo popolo o dell’umanità.

Per esempio il fuoco può essere studiato nel processo dinamico dalle origini ad oggi e, con le ipotesi fino al futuro. Se ne può valutare l’aspetto oggettivo ( la scoperta della scintilla, il camino, i forni industriali, l’energia atomica), ma anche l’aspetto sociale (l’importanza per quel periodo) la sua funzione (benessere o distruzione) l’impatto emotivo che ha creato nella storia (calore, benessere, paura, terrore) la sua assenza (freddo polare, mancanza di vita) il suo eccesso (siccità, mancanza di vita) in alcune regioni del mondo (Africa, polo nord).

Si può poi caratterizzare un elemento o un concetto nella storia di un particolare popolo o nazione o cultura o religione e rilevarne le differenze e confrontarle.

 

 

 

 

 

 Dr.ssa  Maria Grazia Vallorani 

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Pensiero come ritmo.

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Pensiero come ritmo.

Ritmo.

La parola ritmo viene dal latino “rhythmus che a sua volta viene dal greco “rhythmos “ corradicale do “rhein” che significa fluire. Quindi il ritmo è la manifestazione del fluire, del divenire del movimento energetico. In particolare indica una forma di movimento che avviene in una successione regolare e ciclica.

 In natura tutto ciò che è vitale è caratterizzato da un ritmo e da un movimento ciclico. L’alternarsi delle stagioni, del giorno e della notte , il movimento degli astri, il pulsare del cuore e del respiro, l’attività delle cellule e persino la stessa energia dell’atomo e delle particelle hanno tutti caratteristiche di periodicità e di ciclicità.  Anche la stessa energia in quanto vibrazione ha un alternarsi ritmico.  Si potrebbe dire quindi che il ritmo è basilare e archetipico.  Secondo Jung il movimento ritmico è la manifestazione dell’energia psichica sul piano culturale e spirituale. 

Il ritmo esprime  una sequenza costante di un movimento in modo regolare e ordinato. La parola  “arhythmos” in greco significa numero è infatti la scienza dei numeri si chiama aritmetica. I numeri infatti sono la maggiore espressione di una successione ordinata e regolare.

Il pensiero, in quanto funzione vitale  è di per sé un movimento energetico ed è correlato anche ai ritmi e alle funzioni organiche del cervello. Il pensiero funziona secondo una scansione di tempi e di accenti, come nella musica.

Musica.

 Ci sono molte correlazioni tra il pensiero e la musica. In musica si parla di scrittura e lettura dello spartito. L’accento musicale è definito tesi (il levare è l’arsi e il battere è la tesi ). C’è il discorso musicale libero, naturale, armonico o espressivo. C’è la frase e la semi fase che è affermativa, negativa o differente o contrastante. Si parla di proposta dell’inciso e di risposta. L’insieme delle frasi, sempre in musica, forma il periodo musicale. Il periodo è l’espressione di un pensiero musicale completo. Si parla delle irregolarità ritmiche che sono frasi naturalmente nate e architettate in quel modo. All’interno del periodo musicale ci sono l’estensione, la contrazione, la progressione, l’elisione come per il pensiero logico.

Canto.

In passato il pensiero espresso in forma di versi, era caratterizzato dal ritmo, dalla metrica e rappresentava un canto. “ Cantami o Diva del pelide Achille…” inizia  l’Iliade. Il canto e la musica erano caratteristiche degli dei, la parola musica viene infatti da Muse.

 Se quindi si educano i bambini e i ragazzi ad un pensiero espresso in forme ritmiche, come le poesie, li si aiuta a recuperare un dinamismo costante del pensiero in una progressione ordinata e ciclica. Impostare un accento e una cadenza regolare aiuta la mente a pulsare in modo costante vivificante. Abituarsi ad un ritmo traccia un percorso, un modo di procedere sistematico, regolare. Dà sicurezza, tono, vitalità al pensiero.

 Suono.

Il ritmo da solo evoca suggestioni e movimento. Si pensi che il primo suono che il bambino ode nella pancia della madre è il ritmo del suo cuore e del suo respiro. È un ritmo che ritrova nel dondolio della culla e nella ninna nanna cantata. Ritorna con le filastrocche durante i giochi da bambini ed è necessario che continui ad essere coltivato con le poesie, adeguate alle emozioni dell’età.

Quando il ritmo si sposa con un’emozione, allora diventa un elemento propulsore fondante, non solo per il pensiero ma anche per la stessa personalità.

 La musica può quindi dare molti spunti per una formazione del pensiero.

Si può cominciare con un semplice pensiero spontaneo del bambino o del ragazzo e poi chiedergli di riproporlo:

  • in forma positiva e poi negativa.
  • di metterlo sotto forma di proposta e poi di risposta.
  • di esprimerlo secondo un ritmo: veloce o lento, lungo o corto, forte o debole,
  • secondo una diversa tonalità: autoritario o passivo, aspro o dolce, autorevole o stupido.
  • con espressione intensa o leggera: (concetto sostanzioso, serio, importante oppure  superficiale)
  • con espressione maggiore o minore (con concetti elevati, spirituali, universali o con concetti particolari, egoistici).

 

Prendendo spunto dall’espressività musicale si può giocare a di impostare lo stesso pensiero in modi diversi: allegro, allegretto, triste, andante, molto vivace, vivace ma non troppo.

In questo modo si può imparare ad impostare un pensiero secondo ritmi diversi. Ma si può anche fare il contrario e cioè trovare  il ritmo di un pensiero e riproporlo con i suoni o con la danza.

Si può quindi giocare a riproporre l’esposizione di un pensiero che viene ascoltato, creando un ritmo che gli corrisponde. Il ritmo può essere costruito con un oggetto che corrisponde al tono del concetto o alla tonalità della voce di chi lo propone. Durante l’esposizione del discorso cambia ritmo a seconda del variare del tono o dei concetti. In questo modo un discorso diventa musica.  Quando dei concetti diventano suoni e musica possono essere compresi da ogni popolo. Si basano infatti sul suono e sul ritmo che sono archetipici e transpersonali, appartengono ad ogni individuo e sorgono spontanei dal profondo dell’inconscio collettivo.

 Si può allo stesso modo danzare un discorso. Esprimere con il ritmo del movimento del corpo la tonalità dei concetti o l’intensità o la lentezza o la vivacità, la tristezza, mano a mano che vengono esposti da qualcun altro. Si compone così una danza che cambia secondo le variazioni delle tonalità dell’esposizione.

 Si può cantare un discorso. Si può mettersi in sintonia con la tonalità dei concetti, attraverso dei suoni vocali, senza parole, che risuonano o suonano il pensiero. Una volta le odi e le poesie si chiamavano canti e avevano spesso un coro che li accompagnava.

 Si può imparare a recitare un discorso, dando un’espressione alla voce forte, secondo l’intensità del concetto con la sua espressione allegra o giocosa, o triste e malinconica.

 Si può dipingere un discorso, mentre un altro espone, esprimendo con i colori e le forme le suggestioni dei concetti e della voce di chi lo esprime, le variabili e cambiamenti.

 Si può scolpire un discorso attraverso una manipolazione di una materia plastica, facendosi trasportare dall’emozione e dalla suggestione che nasce durante l’esposizione e la narrazione dei concetti.

 Un pensiero è una manifestazione di energia che può essere in grado di passare e diventare energia in una forma diversa e quindi di diventare musica, danza, canto, di segno, scultura. Se un pensiero non passa e non attiva nessuna creazione e perché è freddo di per sé, oppure non è vissuto veramente da chi lo esprime.

 

 

 

 

 

 Dr.ssa  Maria Grazia Vallorani 

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