La relazione con il bambino.

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La relazione con il bambino.  Il materno e il paterno.

Spiega come si fa ad avere con il bambino una relazione autentica, vitale e che funziona. 

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  1. Che significa Educare.
  2. La relazione con il bambino. Il paterno e il materno.
  3. Le relazioni sbagliate. Simbiosi, narcisismo, egocentrismo.
  4. Le relazioni sbagliate. Onnipotenza, dipendenza.
  5. I modi di pensare del bambino. Egocentrismo, pensiero magico.
  6. I modi di pensare del bambino. Letteralismo, concretismo.
  7. La funzione materna nello sviluppo per la psicoanalisi di Neumann.
  8. La funzione paterna nello sviluppo per la psicoanalisi di Neumann.
  9. La funzione paterna (seconda parte).

 

1-Parte-Educare-La-relazione

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1 -3 anni. Stadio della scoperta del mondo

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1 -3 anni. Stadio della scoperta del mondo

La nascita dell’Io.

 All’inizio il bambino è immerso in uno stadio inconscio e il suo Io è presente  solo in forma di germe ed è ancora sopito, addormentato in uno stato beato di paradiso terrestre, uno stadio uroborico perfetto, dove tutto è identico e indifferenziato, tutto è fuso. In questo stato beato il bambino  esiste nell’inconscio senza fare niente, in modo totalmente passivo perché è la Grande Madre che nutre e fornisce tutto ciò di cui ha bisogno e procura piacere, protegge e riscalda, consola e perdona. È rifugio dalla sofferenza, l’oggetto del desiderio.

Ma questa totalità originaria, questa armonia primaria deve infrangersi per poter far nascere la coscienza, deve aprirsi. È unica e perfetta come un uovo e il suo guscio deve rompersi per far uscire fuori il pulcino, la vita che si è formata al suo interno e che crescendo  si fa strada verso l’esterno.  La rottura del guscio è la rottura della perfezione, della passività, della fusione con il suo contenitore = uovo – utero.

 Questo stadio di totalità inconscia nel quale esiste il Sé originario, il Sé nella sua completezza e unità, è indispensabile per contenere, proteggere e nutrire il piccolo germe dell’Io che in esso è ancora in potenza.  Ma poi l’Io,  nel rapporto con la madre, con il mondo e con il corpo, comincia ad attivarsi e risvegliarsi e ad esistere.

 L’Io è il centro del campo della coscienza e la coscienza è tutto ciò di cui si è coscienti e  si differenzia da tutto ciò che è inconscio.

Si può rappresentare con l’immagine di un faro o di un riflettore. Quello che viene illuminato dalla luce è quello che noi vediamo e quello di cui siamo coscienti; quello che non viene illuminato è la parte inconscia chiamata così perché non è cosciente, non è visibile, ma esiste, si trova solo nella parte oscura e buia.

Un’altra immagine della coscienza è il piccolo cerchio illuminato di una sfera esposta a poca luce. Nel cerchio illuminato c’è un puntino centrale più luminoso e quello corrisponde all’Io, la parte meno illuminata del piccolo cerchio al campo della coscienza e tutto il resto della sfera, all’inconscio .

 Il rompersi dello stadio originario e quindi la nascita della coscienza si verifica quando il bambino sperimenta dei conflitti, cioè uno scontrarsi di aspetti interni ed esterni e di aspetti interni tra di loro .

Il conflitto rappresenta infatti la rottura in due parti di  quello che prima era unico. Le due parti che prima erano fuse, ora con l’esperienza della relazione e del corpo, cominciano a differenziarsi quando cominciano ad entrare in conflitto. È il conflitto quindi che attiva la differenziazione e quindi anche la nascita dell’Io e la coscienza di un Io e un Tu.

Ma è l’esperienza corporea che permette al bambino di fare esperienza del conflitto. Quando un bambino vede un oggetto e tende la mano per prenderlo, non ha coscienza della distanza e se l’oggetto non viene verso di lui urla e sperimenta una differenziazione e un conflitto tra quello che desidera e quello che avviene nella realtà .  E’  dall’urto con il nuovo che cominciano a cambiare le cose . Ogni nuovo fenomeno anche in fisica deriva sempre da una collisione, da uno scontro fra due cose che determina la scoperta delle loro qualità e della loro energia e che determina a sua volta una nuova forma di energia .

 E’ dalle esperienze corporee del bambino e dallo sperimentare l’urto, lo scontro, il conflitto  di queste con il mondo, che scaturisce l’Io corporeo, la coscienza del proprio corpo,  di sé stessi  e l’Io stesso.  L’identità infatti ha le sue radici nel corpo e ad esso facciamo riferimento nell’indicare noi stessi agli altri.

 La percezione dell’Io aumenterà non solo con aumentare delle esperienze fisiche, ma anche di quelle emotive che si scontrano con il mondo esterno e con il mondo interno tra di loro. Entreranno in conflitto il desiderio con la norma, i desideri tra di loro, le pulsioni e gli affetti tra di loro. Queste esperienze assaliranno come onde il contenuto dell’Io, come le onde  lo toccano e ritornano indietro. Questo toccare, scontrarsi, urtare l’Io, determinerà sempre più una attivazione dell’Io che diventerà sempre più vigoroso e si formerà in modo strutturato. Attraverso l’esperienza il bambino inizia a scoprire il mondo, ” provando e riprovando”.   È l’esperienza alla base della  conoscenza.

 Tirando le cose dal seggiolone impara a riconoscere la distanza e il suono. Attraverso il tatto impara a conoscere i ruvido e il liscio, il morbido e il duro, la consistenza e il peso. Attraverso la vista impara i colori, le misure, le grandezze, le altezze, le forme. Attraverso l’olfatto impara i diversi profumi, le puzze e l’odore anche delle persone. Attraverso l’udito impara a riconoscere i suoni, i rumori, i ritmi dolci e aspri, le voci e la tonalità della voce che può comunicare amore o rabbia. Attraverso il gusto impara a riconoscere i sapori e quello che piace o dispiace.  E, cosa più importante, impara ad associare queste esperienze con oggetti specifici, fatti, persone, sentimenti, contesti, luoghi e tempi. Sono i primi mattoni della sua costruzione.

Ora che ha imparato a sentirsi ” Io “, impara anche che il mondo è differenziato da lui, non coincide con lui e con il suo pensiero come avveniva in passato. Io, Tu e il mondo sono elementi diversi che ora possono entrare in relazione.

 

Crisi dell’opposizione.

In questo stadio della scoperta del mondo il bambino impara a dire ” io “, ” tu “, ” no “. Il no è un elemento importantissimo, è indice della crisi dell’opposizione che, come ogni crisi, segna il passaggio da una fase ormai superata a una nuova fase dello sviluppo.

Il no  infatti in questa età (1-3 anni) non è un rifiuto dell’adulto o delle sue regole. Opporsi per il bambino significa semplicemente esserci. Dice no perché mette con il no un limite, un confine tra gli altri e lui, tra quello che ha detto l’altro e quello che è lui. È come se volesse dire: ” ci sono anch’io  e quello che mi dici tu io lo posso negare e, negandolo, mi affermo, mi faccio notare, mi faccio valere. Dire no  per lui significa contare, imporsi come elemento significativo  con il quale l’altro deve fare i conti. Significa cominciare  a fondarsi come essere autonomo, autentico e originale. Quando dice no infatti è felice e aspetta con curiosità di vedere la reazione dell’altro.

 Arrabbiarsi, considerare il suo no come il segno di una mancanza di rispetto  o di cattiveria, significa non solo determinare un dolore nel bambino, ma ancor più significa perdere l’occasione unica di aiutarlo a trovare sicurezza in sé, l’occasione di fondarsi come essere unico e irripetibile.

Questo non comporta che il genitore debba lasciargli fare quello che vuole. L’importante è che  capisca  cosa significa quel no e lo sappia accogliere e contenere  come un elemento importante, originale e prezioso. Poi nella pratica può continuare a guidarlo senza farsi prendere dall’ansia per il timore di contrariarlo. E’ importante dare importanza e considerazione al no e accoglierlo come il segno di una tappa importante della crescita.

Anche l’insistenza su alcuni aspetti  o uno sciopero di protesta sono segnali di una forma più marcata di opposizione che non va mai etichettata come negatività, ma  come una autoaffermazione più marcata. Se l’opposizione è troppo forte e diventa asociale è il  segno di un disagio più antico che si esprime in questa fase.

 Affermarsi significa anche differenziarsi dall’adulto e dai genitori. È questa la seconda separazione importante dall’unità e dalla dipendenza totale. Differenziarsi opponendosi è il preludio dell’opposizione della fase adolescenziale che sarà più intensa.

  

Fase dello specchio.

 Prima di riconoscersi come Io il bambino parla di sé in terza persona ( Carlo vuole…) perché si riconosce soltanto in modo riflesso cioè in quello che gli altri dicono di lui. Si sente infatti definire con il suo nome e a quello fa riferimento.

Successivamente comincia a dire Io perché si è formato il sentimento di essere Io-me. In pratica il sentimento di sè passa attraverso gli altri. È questo quello che succede nella fase dello specchio che è importantissima per la propria identità.

 A un anno e mezzo circa il bambino quando si guarda allo specchio da solo ha un esperienza positiva ma anche devastante a livello mentale, perché non si riconosce, non sa che è lui. Ha solo una percezione frammentaria,  vede gli occhi , guarda le dita ma li vede come pezzi staccati, non riesce ad avere una percezione intera e unitaria. Se tocca l’immagine rispecchiata rimane freddo perché non tocca se stesso, ma delle parti diverse tra di loro. Ha quindi una percezione spezzata di se stesso.  Se rimane solo questa esperienza, anche da adulto avrà problemi di identità.

 Se invece si guarda allo specchio insieme alla madre l’angoscia si risolve. Non si riconosce ma riconosce la madre che si rispecchia insieme a lui e che gli sorride. Allora comprende che quello che vede vicino alla madre è lui e che quella immagine appartiene a lui. Grazie alla presenza della madre e al suo amore espresso dal sorriso e dalla voce, riesce a riunificare le parti staccate e a viverle  come un tutto unico, che coincide con la percezione di sè.  Acquisterà così un sentimento di identità  integro, fondato, che ha le sue radici nel rapporto con la madre rispecchiato e riflesso.

 La riflessione infatti  è un elemento fondamentale di conoscenza profonda e di esperienza di sé. La parola stessa viene dal latino: “re-flectere” e significa ri-piegarsi, piegarsi dentro di sé, riuscire a guardare dentro. Il riflettersi è anche il vedersi da un altra angolatura, è un prendere coscienza di sé, un potersi osservare dall’esterno ( da speculum = specere= osservare). Ma significa  fondamentalmente pensarsi, porsi, fondarsi, prendere coscienza; cominciare ad esistere non solo come emozione e sensazione ma anche come percezione di sé.

 Questa fase dello specchio è quella che permette di vivere la percezione intera e unificata del proprio corpo. La percezione del corpo è iniziata con la fase del tenere e si è ampliata con la fase dello sguardo e delle rispecchiamento di sè negli occhi della madre, ora ha il suo completamento nella fase dello specchio, nel riconoscersi accanto al viso e al corpo della madre.

È un ritrovare le sensazioni fisiche ed emotive delle fasi precedenti del tenere e dello sguardo ed è un ricomporle in qualcosa di integrale. Si ha così la percezione positiva e unificata del proprio corpo e della propria identità. Si fonda l’identità corporea e mentale che permette di sapere chi si è, di riconoscersi e di ritrovarsi.

 

L’oggetto transizionale.

 I fenomeni transizionali sono tipici dei primi mesi di vita e si riferiscono alla fase orale: succhiare il dito, il ciuccio, succhiare un angolo di un fazzoletto o di una coperta, tenere tra le mani i capelli e  stropicciarli, manipolare il viso o una stoffa. L’oggetto transizionale  è un oggetto che compare in una fase successiva:  una coperta da cui il bambino non si vuole mai separare, l’orsacchiotto con cui dorme, la bambola preferita. Si collocano entrambi in una  zona intermedia tra due  fasi evolutive.

 Dopo la fase dell’unità originaria e dell’indifferenziazione comincia la fase della differenziazione tra il bambino e il mondo. La realtà esterna è separata da quella interna, l’oggetto esterno non coincide più con l’oggetto interno del bambino. Il seno che nutre e la mamma buona non coincidono più con l’idea del seno e con l’idea di mamma che si trovano dentro di lui.

Il bambino però non è ancora pronto a sostenere il distacco, così netto tra queste due realtà oggettiva e soggettiva e allora compaiono i fenomeni e gli oggetti transizionali che sono dei ponti che collegano e mettono in relazione queste due realtà e in questo modo il bambino  riesce a fare  un passaggio graduale verso l’accettazione di una realtà esterna diversa da lui.

In pratica si forma tra l’esterno e l’interno una zona-cuscinetto,  una zona intermedia che non è né interna né esterna, ma è  le due cose insieme, cioè è piena di emozioni sue interne ma è anche reale e vera a tutti gli effetti. È una zona intermedia e per questo i fenomeni e gli oggetti che la esprimono simbolicamente, si chiamano transizionali perché sono situati  trans = tra due aspetti.

 I fenomeni transizionali ( succhiare il dito, il ciuccio) devono quindi essere rispettati e non denigrati come vizi, né aboliti in modo rigido e netto; è necessario che svolgano la loro funzione per poi venire sostituiti da nuovi interessi. Se permangono a lungo indicano una fissazione allo stadio primario.

L’oggetto transizionale  è uno oggetto soffice (orsacchiotto, coperta,  bambola ecc) che diventa un possesso,  uno oggetto completamente di proprietà del bambino, ma non è lui e non è neppure la realtà esterna staccata da lui. È le due cose insieme.  Rappresenta in modo simbolico e reale il seno e la madre del rapporto primario. Ora  può gestirli come vuole, può amare con eccitamento o addirittura mutilare e anche  aggredire. Ora può fare quello che sente perché quell’oggetto è suo, lo può gestire in modo autonomo e quindi non crea sensi di colpa.

La madre può non esserci, ma c’è l’oggetto che rappresenta l’amore dell’unione originaria. È un oggetto che rappresenta quello che lui ha vissuto e vive per la madre e l’amore di lei per lui. Incarna l’amore e l’esperienza vicendevole. Diventa come un totem, un feticcio, un punto di riferimento particolarmente nei momenti difficili, negli stati di solitudine e di notte è una difesa contro l’angoscia di tipo depressivo.

Fare dell’oggetto quello che vuole significa per lui passare da un controllo di un pensiero magico e onnipotente, a un controllo concreto di qualcosa di reale che può essere manipolato come vuole  secondo le sue emozioni.

Per questo è molto importante che  non sia perso e anche che non sia lavato. Lavarlo lo priva degli odori, sapori, e delle emozioni che il bambino ha messo dentro e che rappresentano l’anima, il significato  e il suo valore. Lavarlo, modificarlo o perderlo significa rompere una continuità, un processo, un percorso interno e profondo di un rapporto nuovo con sè e con il mondo. Significa vanificare e rifiutare il simbolo dell’unione originaria.

 L’oggetto transizionale è presente quando l’oggetto di amore interno ( la madre e il seno che il bambino ha dentro di sè) è vivo, reale e sufficientemente buono; cioè quando il rapporto funziona. 

L’oggetto transizionale si disinveste da solo. L’oggetto  perde la sua funzione, il suo significato e il suo valore e non è più indispensabile quando la zona cuscinetto non serve più perché si sono consolidate le esperienze interne ed esterne e compaiono altri interessi di tipo creativo e culturale.

 

 Fase anale.

 La fase anale è importantissima. È successiva a quella orale perché ora è intorno all’ano che si concentrano l’attenzione del bambino e le sue sensazioni fisiche di piacere. (Freud)

 Le feci rappresentano il piacere fisico per l’evacuazione, ma ancor più rappresentano la prima produzione che riesce a creare completamente con le sue forze, senza l’apporto di nessuno. È qualcosa che esce da dentro di lui e quindi fa parte di lui.  Per questo per lui è molto importante sapere dove va e a chi si rivolge quella parte di lui che viene dalle sue viscere, dalla parte più profonda.

 Se il rapporto con i genitori è positivo, è felice di evacuare e di esibire e regalare il suo prodotto alle persone che ama. Se il rapporto è negativo o gli adulti trattano le feci come qualcosa di negativo o come un oggetto che deve uscire per forza e in modo rigido e ossessivo ( al punto da intervenire con violenza con clisteri continui), allora il bambino non sentendosi amato, comincia ad avere disturbi di stipsi ostinata. In pratica non vuole mollare una parte di sé profonda che coincide con il suo bisogno di essere amato. Non si lascia andare, non lascia che esca in modo sereno, non si fida di chi sta fuori.

 In questi casi è necessario non avere comportamenti rigidi. Basta spostare l’attenzione dalle feci al rapporto emotivo, all’attenzione per lui, alle sue sensazioni e alla coscienza delle proprie difficoltà di  genitore. Puntare sulle risorse del bambino, sulle sue emozioni, dare importanza a degli aspetti originali, accogliere quello che dice, permette di accogliere anche quello che produce.

 Le feci sono per lui una produzione, una creazione di qualcosa di completamente nuovo.  È il suo primo atto creativo. È il suo primo parto, evacuare assomiglia al partorire, far uscire qualcosa che si è formato nella parte viscerale più profonda.  Significa far uscire le emozioni, i bisogni più profondi e più delicati. Per questo è tanto importante per lui affidarli a persone che li sappiano capire, rispettare  e accogliere.

 

I genitori.

 La madre.

 Nel primo stadio dello sviluppo  il materno è l’elemento fondamentale e il punto di riferimento.

Nel secondo stadio c’è il passaggio dal materno al paterno. Nel terzo stadio il paterno diventa l’elemento centrale e fondamentale dello sviluppo, senza il quale non c’è crescita.

Nell’adolescenza il gruppo dei pari diventa il riferimento di base fino all’ultima fase che è quella adulta nella quale la persona è centrata è fondata in se stessa, sul proprio Sè e lì trova nutrimento, la guida, la forza, il senso e la finalità.

 Questo secondo stadio dello sviluppo è la fase del passaggio dal materno al paterno. La madre in questa fase, oltre alla sua naturale funzione di cura e di contenimento, ha una funzione di tipo paterno verso il bambino.  Deve cioè cominciare  ad aprirlo al mondo, a tutto ciò che è esterno a lui, al padre, alle relazioni, alle cose e alle esperienze concrete. Deve spingere la sua attenzione alla conoscenza del mondo perché questo è quello che la natura sta attivando in lui.

In questo modo è come se lo partorisse un’altra volta. Il bambino è dentro un contesto duale e un rapporto stretto, ancestrale con la madre e questo rifugio per lui è il nuovo utero. Farlo uscire da questo utero piano piano, spingere verso l’esterno permette e al bambino di nascere come individuo differenziato.

Se invece rimane dentro questo rapporto simbiotico, in cui tutto passa attraverso la madre anche il mondo stesso, le sensazioni verso il mondo, le valutazioni e la conoscenza stessa, allora il bambino si sentirà chiuso, prigioniero dentro un utero che gli  dà tutto, ma lo sta negando come persona e lo sta deprivando della sua individualità e della sua vita.

 Come un bambino che,  al momento del parto, se non riceve l’aiuto dalla madre che non lo spinge verso l’esterno, rimane bloccato nell’utero soffrendo con pericolo per la sua vita, così a livello psichico rimanere nell’utero comporta non solo una mancata nascita, ma anche una sofferenza profonda. Si sentirà prigioniero senza spazio, senza aria, senza vita propria. Si sentirà come Hans e Grethel nella fiaba, dentro una casa bella tutta di cioccolata e invitante, come è per lui lo stare ancora  totalmente con la sua mamma, dove c’è tutto e non si fa nessuno sforzo e fatica perché pensa a tutto lei, decide tutto lei, fa tutto lei.

Ma dentro la casetta c’è una strega che lo imprigiona per nutrirsi della sua vita. Quello che sembra quindi il massimo per un bambino e per la sua mamma, di permanere cioè in quella unione, in sintonia totale con il proprio figlio, di fare coppia con lui, con l’uomo sognato della sua vita, diventa la trappola, il maleficio, il sortilegio che congela la vita, la blocca e rende tutto inerte, senza crescita, senza spazio e senza tempo.

È come nella favola della bella addormentata dove tutto si ferma e la protagonista è prigioniera di una bara di vetro. Solo un principe, il maschile, il paterno potrà rompere il maleficio e sciogliere il blocco dello sviluppo e riportare la vita e la crescita nel tempo e nello spazio.

 Per la madre spingere il figlio verso il mondo significa non sentirsi l’unico riferimento per lui, significa puntare sulle capacità del figlio, mettere al centro il sé, il seme, le sue potenzialità che devono trovare un campo di esperienza in cui poter germogliare. Significa dargli fiducia, aiutarlo a fare esperienze nuove e, se ritorna indietro, fa fatica e ha paura, sostenerlo e indurlo a riprovare con fiducia fino a quando non c’è più timore e angoscia.

È come insegnare a camminare. Prima la madre lo aiuterà a stare in piedi e diritto sulle sue gambe, poi lo sosterrà sempre di meno fino a quando lo lascerà da solo per fargli fare i primi passi. Anche se il distacco e il timore che si possa far male tormenta la madre, tuttavia lei sa che è molto più importante la conquista del camminare, sa che è l’indice di una crescita, di una tappa fondamentale della sua vita. La stessa cosa dovrà fare nella scoperta del mondo, indurlo ad osservare, a collegare, pensare e ad agire in modo personale e spontaneo.

 Se questa spinta verso l’esterno non parte dalla madre e cioè non parte da dentro l’ utero, è difficile, quasi impossibile per il bambino uscire e distaccarsi. Non ce la fa assolutamente da solo e rischia di rimanere dentro, bloccato nello sviluppo.

 Se rimane bloccato dentro , il bambino si adatta alle richieste della madre e diventa come lei vuole, si identifica in tutto e per tutto con lei mantenendo così  la simbiosi.  Ma si sentirà come fagocitato, invaso dalla sua personalità e si sentirà una copia o una appendice della madre.

Questo rinunciare alla sua vera vita, alla sua missione, all’espressione del seme e del Sé originale, genera sofferenza, depressione e angoscia che spesso si esprimono nel corpo con obesità, enuresi, alopecie o in  disturbi del comportamento, aggressività, apatia infantilismo.

 Le madri a volte non riescono a fare questo passo, a staccarsi dal figlio, a spingerlo fuori dal proprio utero, dalla propria unione duale perfetta. Lo fanno con il pensiero, ma livello inconscio e pratico si sentono sempre le uniche referenti del figlio. Sono le madri per esempio che non permettono al padre di entrare nel loro rapporto, che non gli permettono di intervenire sul figlio per spingerlo all’autonomia.

Sono madri che coprono il figlio, che lo giustificano sempre qualunque cosa faccia, che se la prendono con tutti ma mai con lui perché lui è una parte di loro, è loro stesse. Sono madri che accondiscendono sempre, che danno al figlio tutto quello che vuole, che lo riempiono di cose, gli danno tutto così si abitua ad avere tutto e avrà sempre bisogno di loro che glielo procurano.

Sono madri che danno tutto perché lo desiderano ancora loro, perché sono bloccate a livello emotivo al periodo primario e ancora sognano una madre tutta per loro, che dà amore senza confini. Sono bloccate a livello simbiotico e ripropongono un rapporto simbiotico dal quale non sanno uscire perché non ne sono uscite ancora loro. Per loro il massimo del rapporto e dell’amore è identificarsi con il figlio e vivere con lo stesso cuore  e lo stesso pensiero.

 Altre madri non riescono a portare il proprio figlio fuori dall’unione duale  perché hanno il terrore della sofferenza. Spingere significa rompere il rapporto positivo e dipendente e portare il bambino a sforzarsi e il bambino può soffrire per questo. Soffre perché si distacca dalla madre e soffre perché ha paura del nuovo e dell’ignoto. Vedere il proprio figlio piangere per le madri comporta una sofferenza e una angoscia insostenibile, al punto che, anche se ne capiscono l’errore, fanno subito marcia indietro, ritrattano quello che stavano costruendo ed eliminano subito l’ostacolo o gli danno subito quello che vuole.

Facendo così lo riportano  alla fase passiva irrazionale e onnipotente senza aiutarlo a scontrarsi con la realtà. Gli fanno cioè da cuscinetto e gli spianano sempre la strada, prendendosela con gli altri che non fanno altrettanto e gli permettono tutto. Gestire la loro istintività significa porre un limite e quindi dare una frustrazione, un dispiacere e non supportano che il figlio le veda come mamme cattive, non sopportano di sentirsi rifiutate dal figlio arrabbiato. Non lo sopportano perché hanno l’angoscia del rifiuto e dell’abbandono di tipo primario.

 Non sanno che il sentimento di dispiacere e di rifiuto del bambino verso la mamma è indispensabile per la sua crescita. Solo attraverso questi sentimenti il bambino imparerà che le cose non sono assolute, tutte buone, unilaterali, ma che in ogni cosa c’è un po’ di tutto  e questo fa diventare le cose reali. Le cose assolute anche se buone sono solo mentali e non esistono nella realtà umana.

Solo così la loro mamma diventa reale e umana e solo così sarà possibile  stabilire con lei una relazione vera ed equilibrata.

 

Il padre.

 Il vissuto di una mamma non totalmente buona, che non lo asseconda in tutto, aiuterà il bambino a cominciare a considerare il padre. Il padre sarà il trampolino che lo lancerà verso il mondo, che gli permetterà di fare il salto verso l’ignoto, che lo sgancerà in modo efficace dall’unione simbiotica con la madre.

È importante quindi questo passaggio di apertura al padre, al quale il figlio si rivolge sperando di trovare un sostituto di mamma totalmente buona che gli dà quello che vuole. Se il padre in questa fase risponde a tutte le sue richieste e lo asseconderà in tutto, riproponendo una mamma totalizzante che non dà frustrazioni, limiti, regole e guida, con il fine di acquistare sempre più una considerazione prioritaria che fino ad ora era mancata, rischierà di chiuderlo nella fase unitaria, nel paradiso terrestre dove tutto è a portata di mano e non c’è dolore e fatica.

 Inizia così la fase importante della funzione paterna, che è quella da parte della madre di far schiudere l’uovo,  romperlo per far uscire il pulcino e da parte del padre di tirare fuori il pulcino dall’uovo e di accompagnarlo e guidarlo verso il mondo.

Fino ad ora il padre ha sostenuto la moglie e la coppia unitaria, proteggendola, nutrendola con il suo amore e attenzione; ora per lui è arrivato il momento di fare il padre e cioè l’ostetrico che aiuta la madre  a spingere il neonato verso l’esterno e poi lo aiuta ad uscire e lo raccoglie nelle sue mani per presentarlo al mondo e presentare il mondo a lui.

 

 

 

 

 

 

Dr.ssa Maria Grazia Vallorani

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